Le Ciabatte

Era freddo. L'inverno era arrivato! Un morbido manto bianco di neve copriva tutto il paese. In un'angusta casa, buia e fredda, viveva un piccolo vecchio tutto solo soletto. Il nostro vecchietto aveva sempre freddo ai piedi e, non avendo delle ciabatte, si teneva su l'unico paio di stivali, anche quando erano bagnati. «Sempre meglio che scalzo!», pensava. Infatti era molto povero. Ogni mattina si metteva sulle magre spalle il suo logoro mantello ed usciva per andare in paese. Nel cammino i suoi consumati stivali si bagnavano lentamente per la neve. Sostava sempre allo stesso posto, sui gradini di una chiesa, deponeva una ciotola per terra e attendeva che i passanti gli facessero l'elemosina. Con i soldi che riceveva si comprava da mangiare e pagava l'affitto della sua misera casa. «Ah!», si ripeteva spesso. «Sarei contentissimo, se un giorno potessi ricevere così tanto da poter acquistare un bel paio di ciabatte per i miei poveri piedi sempre freddi!». Così passavano giorni e settimane ed il vecchietto non riusciva a risparmiare abbastanza perché quello che otteneva era sempre troppo poco. Arrivò la vigilia di natale e come gli altri giorni il vecchietto si diresse verso il paese. Camminava tutto assorto nei suoi pensieri, quando udì uno scampanellio alle sue spalle e si voltò... con stupore vide una bella e grande slitta, trainata da tre robuste renne. Sopra la slitta sedeva un anziano signore, arzillo e pacioccone, che si copriva le gambe con una bella coperta rossa dai graziosi disegni. «Ah! Babbo Natale!», esclamò il povero vecchietto che fino allora non l'aveva mai visto ed ormai non ci credeva più. Babbo Natale si fermò e gli offrì gentilmente di accompagnarlo in paese. Il vecchio, tutto contento, accettò subito e salì sulla slitta. «Vado in paese a chiedere l'elemosina. Non riesco a trovare un lavoro. Sono troppo vecchio!» spiegò a Babbo Natale. «Purtroppo guadagno solo per il pane e l'affitto. È da molto tempo che desidero delle ciabatte per stare in casa. Tu, Babbo Natale, non potresti regalarmene un bel paio?». «Come mi dispiace! Ho solo ciabatte piccole... sai, io faccio regali solo ai bambini e non agli adulti; infatti loro non credono più che io esista». «Non fa niente. Ma dimmi un po'. Sei veramente Babbo Natale? Io sono molto vecchio e non ti avevo mai visto, neanche da bambino. Inoltre la tua voce mi sembra molto giovane. Non è la voce di un vecchio!». L'uomo sulla slitta si mise a ridere: «Sì, hai ragione a dubitare! Infatti non lo sono. Mi sono vestito e truccato così per la mia bambina. Ogni natale le mettevo i regali sotto l'albero ed ogni volta rimaneva un po' male per non aver visto Babbo Natale di persona. Mi chiedeva sempre se egli fosse arrabbiato con lei; o se fosse stata cattiva per non potergli parlare. Ragione per cui questa volta voglio farle una sorpresa». «Ah, veramente bello! Devi voler molto bene alla tua bambina!». «Sì, davvero molto! Forse la vizio anche un po'. Ma devi sapere che la bambina non può camminare. Ha avuto un brutto incidente alcuni anni fa. I medici dicono che è colpa dello shock. Ecco perché cerco di fare il possibile affinché sia felice e serena!». «Mi dispiace molto... ma vedrai che sarà contenta per questa sorpresa!». «Lo spero proprio! Anche se ho timore di essere scoperto subito... sai, mi è venuta un' idea... perché non fai tu Babbo Natale? In cambio ti darò i soldi della giornata e per comprare le ciabatte». «Come vuoi! Sono contento di poterti aiutare». Si fermarono ed il vecchietto si vestì da Babbo Natale e prese il posto alla guida della slitta. L'uomo, che ora aveva il suo vestito ed un aspetto normale, giovane, molto elegante e distinto, sedette accanto a Babbo Natale e indicò la strada per la sua casa. Prima fecero sosta in paese a comprare dei regalini per la bambina e li misero in un sacco, poi arrivarono con calma, verso sera. Era una bellissima villetta con un grande giardino tutto coperto di neve. La bambina era seduta alla finestra della sua cameretta e aspettava il ritorno del papà. Con stupore e felicità vide la bella carrozza e le tre renne. E tutta commossa intuì la sorpresa tanto attesa. Dalla gioia quasi cadeva dalla carrozzella: «Mamma, mamma, sono arrivati... c'è babbo natale! È con papà!». Il padre intanto aiutava il povero vecchietto a scendere dalla slitta: era commosso pure lui, vedendo che, con quel bellissimo mantello rosso, con quella lunga barba bianca finta e con quel sacco pieno di regali sulle spalle, sembrava veramente Babbo Natale. «Vieni che ti faccio entrare. La mia bambina si chiama Francesca, sarà veramente felice di vederti». Aprì la porta e Francesca, seduta nella sua carrozzella, era già lì, portata dalla mamma, tutta commossa ed eccitata pure lei. Il vecchietto e la bambina si guardarono negli occhi ed entrambi sorrisero, erano felici. Il vecchio notò la bellezza e la dolcezza della bambina. «Eccomi qua!», disse Babbo Natale. «Il tuo papà è venuto a cercarmi e mi ha detto che desideri tanto vedermi e conoscermi. ti ho anche portato dei bellissimi regali...». La bambina commossa alzò le manine per salutare babbo natale: «Sono contentissima che sei venuto, avevo tanta voglia di vederti e parlarti. Sai, voglio ringraziarti anche per tutti i regali che mi hai fatto gli anni scorsi». Babbo Natale prese le manine e diede un bacetto sulle guance della bambina. «Ecco, quest'anno ti ho portato una bellissima bambola con un bel vestitino rosa, un bel gattino di peluche, un libro, le matite colorate e un bel gioco con i dadi che potrai fare con papà e mamma...», sorrise mentre vuotava il suo sacco. «Oh, che belli! grazie mille Babbo Natale... ora però vorrei farti anch'io un regalo. Dimmi che cosa vorresti per natale?». «Ah, grazie. Non importa. Io desidero solo che tutti i bambini siano felici...». «Ma io sarei ancora più felice se potessi regalarti qualcosa...». «E va bene... se proprio vuoi... allora vorrei avere un paio di ciabatte. Magari imbottite... ho sempre tanto freddo ai piedi...». «Che bello... ho proprio quello che desideri... prendi quel pacchetto rosso sotto l'albero, le avevo comprate per il papà, ma sono sicura che anche lui sarà contento di dartele. Vero papà?», esclamò Francesca. «Sì, non preoccuparti, regalale pure a Babbo Natale. Sono sicuro che sarà felicissimo!». Babbo Natale prese il pacchetto rosso, l'aprì e tirò fuori le ciabatte che tanto desiderava... «Oh, che belle... non vedo l'ora di metterle, devono essere veramente comode...», disse il vecchietto molto commosso. «Dai Babbo Natale, provale e togliti il mantello. Vuoi rimanere da noi a cena? Così possiamo stare un po' in compagnia!», domandò felice la bambina. Il vecchietto guardò il padre della bambina perché non sapeva più cosa fare e che cosa rispondere. Prima che il papà potesse dire qualcosa (anche lui era rimasto sorpreso), la mamma intervenne contenta: «Sì! accomodati pure. Saremmo tutti contenti di averti nostro ospite a cena». «Grazie infinite. Sono molto lieto della vostra compagnia», rispose il vecchietto mentre si metteva le ciabatte e si toglieva il mantello. La bambina e i genitori videro che il vecchietto, senza il folto mantello rosso, era più magro del previsto ed indossava un vecchio maglione un po' scolorito, ma non ci fecero caso, e si accomodarono tutti contenti a tavola. Parlarono di molte cose. Il vecchietto si sentiva in forma e raccontò molte storielle alla bambina che lo ascoltava sempre più emozionata. Mamma e papà più volte si guardarono compiaciuti per la bella serata. Il papà cominciò quasi a credere che il vecchietto fosse veramente Babbo Natale da quanta serenità e gioia riusciva a dare con i suoi racconti. Ma sapeva bene che era impossibile, perché in passato lo aveva già visto sui gradini della chiesa a chiedere l'elemosina. La cena fu deliziosa e si fece tardi. Babbo Natale si rese conto che ormai doveva partire. Per questo motivo si congedò ringraziando mamma e papà per la cena, e si avvicinò alla bambina per salutarla. Mentre le dava due bacini sulle guance, la bambina gli bisbigliò qualcosa all'orecchio senza che mamma e papà potessero sentirli. Babbo Natale sorrise e rispose bisbigliando anche lui. Poi continuò a voce normale e serena: «Ora devo andare! È stata una bellissima serata. Grazie ancora per le ciabatte... sono molto lieto di averti conosciuta. Sii sempre così allegra e dolce, addio...». «Addio, Babbo Natale... grazie della visita. Mi ricorderò sempre di te», salutò la bambina, un po' triste perché egli partiva, ma contenta per quell'unica occasione che aveva avuto. Il papà mise il mantello sulle spalle del vecchietto e lo accompagnò alla porta. Fuori, non sentiti dalla bambina, disse: «Grazie, vecchio mio. Sei stato fantastico. Tieniti pure il costume di Babbo Natale con la slitta e le renne: te li sei veramente guadagnati. Non dimenticherò mai questa serata. Arrivederci». «Addio, buon uomo!». Il vecchietto salì sulla slitta e si avviò a casa, salutando con la mano la bambina e la mamma che nel frattempo si erano affacciate alla finestra. Il papà tornato a casa vide la bambina felice e si ricordò che ella aveva sussurrato qualcosa al vecchietto e le domandò sereno: «Veramente simpatico questo Babbo Natale. Dimmi un po' che cosa gli hai bisbigliato?». «È una sorpresa, non posso dirtelo». «Dai dimmelo, non gli avrai per caso chiesto un altro regalo?», chiese di nuovo scherzando. «Beh sì! ma non per me..., non vorrei dirtelo». «Va bene. Ma comunque, lui che cosa ti ha risposto?», continuò il papà un po' preoccupato. Infatti sapeva che il vecchietto non era Babbo Natale e che non avrebbe potuto fare nessun altro regalo. «Mi ha sussurrato: domani mattina, a natale!», gli rispose felicissima la bambina. Era ormai ora di andare a letto e la bambina si addormentò subito serenamente, mentre il papà sempre più pensieroso decise di uscire. Prese la macchina e andò a trovare il vecchio nella sua piccola casa. Bussò... il vecchio aprì: era visibilmente felice e calzava le ciabatte. «Salve, come mai da queste parti?». «Scusami per il disturbo, ma avevo notato che Francesca ti aveva bisbigliato qualcosa all'orecchio... ti aveva chiesto un altro regalo. Beh, sono qui affinché tu me lo dica. Così posso prepararglielo per domani mattina». «Ah! sì è vero... devi sapere che la tua bambina ha chiesto un regalino per te. Infatti mi ha dato le tue ciabatte. Guarda che belle... quindi era un po' dispiaciuta perché si era resa conto che tu eri rimasto senza regalo. Io non potevo dire di no! Così, dopo, ho venduto la slitta e l'ho comprato. Eccolo in questo pacco! Speravo che saresti passato...». «Grazie, che bel pensiero! Lo metterò sotto l'albero e domani farò finta di niente. Ciao e buonanotte». La mattina di natale tutti si alzarono dal letto e andarono a vedere sotto l'albero. Con sorpresa la bambina trovò il regalo e felice lo diede al papà. Il papà notò che il pacco aveva un biglietto che prima non aveva osservato e lesse: «Per Francesca, mamma e papà, da Babbo Natale». «Ah! così avevi chiesto a Babbo Natale un regalino per tutti noi...», sorrise il papà. La bambina arrossì un po': «Sì! ha raccontato delle così belle favole... per questo ho voluto chiedergli qualcosa di particolare...». Il papà scartò il pacco e tirò fuori tre paia di morbide ciabatte, grandi per lui e la mamma e piccole per Francesca... fu perplesso e un po' deluso. Non sapeva se dirle la verità, cioè che Babbo Natale era solo un povero vecchio. La mamma invece senza pensarci su due volte esclamò: «Ah, che belle! Dai che le mettiamo subito, sembrano essere molto calde!». Francesca fu contentissima e se le fece mettere dalla mamma. Calzate le ciabatte, sentì subito un benefico calore salirle dai piedini su fino al cuore e volle provare a camminare, come aveva chiesto di nascosto a Babbo Natale. Si alzò dalla carrozzella e ci riuscì... lo shock era finalmente superato!! Il papà e la mamma abbracciarono felicissimi la bambina che andò loro incontro. Passati i momenti di commozione e grande felicità, il papà pensò di nuovo al vecchietto e domandò alla moglie: «Dimmi, era veramente Babbo Natale o no? Io per essere sincero non lo so più...». «Ho visto la gioia di Francesca mentre gli parlava. Credo che lo sia veramente. Babbo Natale esiste, ma bisogna crederci fermamente. Altrimenti è solo un povero vecchio...». Passarono insieme il più bel natale mai avuto fino ad allora. Il giorno dopo il papà si recò alla chiesa per incontrare il vecchio. Infatti voleva mettersi le idee bene in chiaro. Lo vide seduto allo stesso posto a chiedere l'elemosina. Si avvicinò e balbettò: «Dimmi chi sei? Sai che grazie alle tue ciabatte Francesca ha cominciato di nuovo a camminare? Sei veramente Babbo Natale?». «No, sono un normale vecchietto, sono solo riuscito a dare a Francesca speranza e fiducia...». «Non so come ringraziarti. Anzi, ho deciso! Noi abbiamo un giardino e abbiamo bisogno di un giardiniere. Vuoi abitare da noi e curarlo?». «Sarei contentissimo. Sarà bello poter parlare e vedere ogni giorno la tua bella famigliola». Francesca e la mamma accolsero subito felicemente il vecchietto e, nonostante gli ricordasse Babbo Natale, non lo fecero mai notare e vissero tutti felici e contenti.

(Giuseppe Veronese)

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Il Dono di Natale

I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia. Era una festa eccezionale, per loro, quell'anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco. Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a passare la festa con la famiglia di lei. E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro come un gruppo di guerrieri. Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista; portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena. Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere, addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da macigni, circondata d'alberi carichi di neve e di ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici che disegnano le nuvole. Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la neve. Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo, sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia possedeva in comune con un'altra famiglia pure di pastori ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili di luce. Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia. - Ben tornato, Felle. - Oh, Lia! - egli gridò per ricambiarle il saluto, e si avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare in mezzo alla cucina. Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva dopo l'amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di uva passa e cantava una canzoncina d'occasione, cioè una ninnananna per Gesù Bambino. - Che ci hai, qui? - domandò Lia, toccando la bisaccia di Felle. - Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa voi, - aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e annunziò con gioia maliziosa: - e anche noi! Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare in casa sua. In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con buccie di arance e mandorle tostate. Tanto che Felle cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste. La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma scura in viso e con un'aria di superbia, avrebbe potuto ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle. Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più tenero e senza grasso, doveva essere più saporito. - Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non hanno che un po' di uva passa, mentre noi abbiamo questi due animaloni in casa? E la torta, e i dolci? - pensò Felle con disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia. Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca (sopraveste di pelle d'agnello, nera, con la lana, che tiene molto caldo). Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella, come per far davvero una specie di corpo di guardia intorno all'esile e delicata figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un ragazzo, buono e timido, quanto per l'uomo che lo accompagnava. Quest'uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto per l'indipendenza d'Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli in rivista. E rimasero tutti scambievolmente contenti. Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d'oro. Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere colmo. L'ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e curiosità, s'intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio. Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti risposero in coro. Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto. Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti d'occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano. Fuori le campane suonarono, annunziando la messa. Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo a terra. - La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini - disse a Felle: - anch'essi hanno diritto di godersi la festa. Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel cortile. La notte era gelida ma calma, e d'un tratto pareva che il paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano canti e grida. Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso. All'entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose con impazienza: - La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa. Vattene. Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c'erano misteri né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po' triste, pensando alla festa strana della casa dei vicini. Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla pietra del focolare. - Oh, ragazzi, su, in fila. E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del porchetto. I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare tutti alla messa. Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi capelli, freschi di quell'aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di portarselo a casa sua. Dentro la chiesa continuava l'illusione della primavera: l'altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l'ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui muri di un giardino. In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa d'oro illuminava loro la via. Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far maturare i frutti. Così la madre aveva insegnato a Felle e così era. - Gloria, gloria - cantavano i preti sull'altare: e il popolo rispondeva: - Gloria a Dio nel più alto dei cieli. E pace in terra agli uomini di buona volontà. Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava. All'uscita di chiesa sentì un po' freddo, perché era stato sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l'odore d'arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E, secondo l'uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di buccia d'arancio, perché l'anima del marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi. Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un'asse della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso. Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena. In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce tonde e lucide che parevano d'avorio: ciascuno dei commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una a sé: anche l'arrosto, tagliato a grosse fette, stava in certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva da sé, a sua volontà. Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé tutto un vassoio per conto suo, e mangiava senza badare più a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli parevano lontani, e non lo interessavano più. Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette che egli piangesse: invece rideva per il piacere. Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre era tornato col dono? Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato dai vicini di casa. Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov'era? - Vieni avanti, e va su a vedere - gli disse l'uomo, indovinando il pensiero di lui. Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia inginocchiata davanti ad un canestro. E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti. - È il nostro primo fratellino - mormorò Lia. - Mio padre l'ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il "Gloria". Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte.

(Grazia Deledda)

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Il Regalo di Babbo Natale

Babbo Natale partì dal Polo Nord il giorno della vigilia. I folletti quel giorno ebbero un gran da fare per terminare i giocattoli e fare pacchettini, per riempire la slitta. Finalmente partì. Il viaggio fu abbastanza movimentato e pieno di soste. In una di queste incontrò un ragazzo povero ma entusiasta del Natale che lo aspettava con ansia. A Babbo Natale, quando vide la gioia negli occhi di quel bambino, gli si riempi' il cuore di felicità; gli piaceva consegnare i doni se come ricompensa portava allegria ai bambini. Finalmente, il Buon Vecchio dalla barba bianca arrivò alle porte della città a bordo della sua tintinnante e scintillante slitta. Quest'anno la slitta era più carica del solito: c'erano pacchi, pacchetti, pacchettoni, di tutti i colori e di tutte le forme. Che incanto guardarla! Babbo Natale non vedeva l'ora di consegnare tutti quei regali ai bambini e di godersi la gioia dei loro visetti al momento di scartarli. Incitò le sue renne e a gran velocità entrò allegramente sotto l'arco della porta principale. Era notte fonda. Al principio non se ne accorse ma... dopo un po'... cominciò a vedere qualcosa di strano. Non vedeva in giro neanche un segno del Natale: non c'erano alberi addobbati, nessuna stella cometa fatta di lampadine, le vetrine erano tutte buie. Quando poi la sua slitta passò sotto le finestre della scuola elementare il suo sbalordimento fu davvero grande; non c'era niente alle finestre, neanche un piccolo disegno. Ma insomma - disse, anche un po' seccato - che modo è questo di ricevermi? Babbo Natale fu preso dallo sconforto e cominciò a pensare che si fossero dimenticati di lui, ma subito si riprese e bussò ad una porta per chiedere spiegazioni. Venne ad aprire un vecchio malandato che lo guardò con occhi assenti e spiegò a Babbo Natale che anche quel giorno avevano subito dei bombardamenti, perché quella città era in guerra e quindi la gente aveva paura di morire. Per questo i bambini non andavano a scuola e si erano nascosti, e tutte le luci della città erano spente per non farsi vedere dal nemico. A queste parole Babbo Natale si rattristò moltissimo e allo stesso tempo pensò che doveva regalare un po' di felicità. Tirò fuori dal sacco un mantello nero e avvolse tutta la città per nasconderla al nemico. Suonò la campana e raccolse tutti in piazza dove addobbò il più grosso albero di Natale, illuminò tutta la città di mille luci e distribuì tanti doni, a piccoli e grandi. E, come per incanto, anche gli occhi delle persone tornarono a brillare.

(Riccardo Aldighieri)

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Il Natale di Martin

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo. Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore. - Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza. Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi. Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno. E cosi' accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi. Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò. All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti' distintamente queste parole: - Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò. L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro. Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno. - Entra· disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo. - Che Dio ti benedica!- rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde. - Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè. Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra. - Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore. - Ieri sera- rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò". Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo. Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati - le disse. Mangiando, la donna gli disse chi era: - Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle. Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. - È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo. La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica. - Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta. Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po', vide una donna che vendeva mele da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente. Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo. La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin. Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina. - Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia. - Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato. - Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati. Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada. La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme. Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale. Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri' invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio: - Martin, non mi riconosci? - Chi sei? - chiese Martin. - Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola. - Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero. - Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono. Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me. Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

(Lev Nikolaevic Tolstoj)

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Uno sciopero straordinario

Il fatto e' accaduto tanti anni fa quando ancora gli scioperi non erano molto conosciuti. Possiamo perciò considerarlo come il primo vero sciopero della storia. Una storia un po' strana, però; infatti a protestare furono tutti i Babbo Natale della Terra. Ecco perché. Allora come oggi, durante l'intero anno, nel loro rifugio al Polo Nord, i Babbo Natale preparavano con cura i regali, ed esaminavano ogni lettera ricevuta per essere pronti a distribuire i doni ad ogni dicembre. E' un lavoro che hanno sempre saputo svolgere con precisione. Possiedono infatti numerosi mezzi di trasporto adatti per andare in ogni luogo della Terra. Il Babbo Natale che compie il suo giro in Africa viaggia su un calesse trainato da quattro magnifici struzzi. Quello che va in Asia sta comodamente seduto in un baldacchino sulla groppa di un elefante. Una bella slitta trainata da renne, abituate al freddo, e usata dal Babbo Natale che viene da noi in Europa. Naturalmente un magnifico canguro, che oltretutto possiede una borsa capiente sulla pancia, trasporta il Babbo Natale australiano. Numerosi altri sono i mezzi che usano, ma li lascio immaginare a voi. Purtroppo in quel lontano periodo stava accadendo qualcosa di molto preoccupante che mise presto in subbuglio l'intero Polo Nord. - è proprio una brutta situazione - disse il Babbo Natale addetto a distribuire doni in Cina, con i suoi panda da traino al suo fianco. - Lo sapete anche oggi l'orso postino ha portato pochissime lettere? - Purtroppo sì... e pensare che lo scorso anno ne ricevevamo centinaia ogni giorno - disse il Babbo africano strigliando il dorso delle sue zebre. - Per non dire di alcuni anni fa, quando eravamo sommersi dalle richieste dei bambini - aggiunse quello americano. - Sono veramente troppo poche queste lettere - intervenne quello giapponese sollevando una manciata di fogli, - e oltretutto bisogna considerare che almeno la metà le ha scritte il nostro buon orso postino che non sopporta di vederci così giù di morale. - Davvero? - domando sorridendo quello europeo. - Ma certo! Senti questa cosa dice: "Caro Babo Nattale, sonno un banbinno di sete anni e desiddero richevere ha Nattale una bela e sugossa bisteca di balena che non lo mai sagiata". - Hai ragione - esclamo' sorridendo a quelle parole, - nessun altro avrebbe saputo scrivere una simile lettera. - Ma che cosa sta succedendo? - Ve lo dico io: i bambini non credono più che Babbo Natale esista e perciò hanno smesso di scriverci. - Ma come mai? Chi li ha convinti di questo? - Cosa vuoi, i genitori non hanno più la pazienza di raccontare ai bambini la storia di Babbo Natale. E poi in quest'era moderna, dove le carrozze sfrecciano a destra e a sinistra, dove centinaia di velieri solcano i mari, la gente corre indaffarata, i castelli e i palazzi sorgono come funghi, chi vuoi che abbia voglia e tempo di credere a noi? - Ma se nessun bambino ci scrive più, come faremo a portare loro i regali che desiderano? - E infatti, anche quest'anno, solo pochi riceveranno i doni: quelli che ci hanno scritto e i bambini più ricchi, perché ai loro genitori non interessa Babbo Natale. - Che brutta cosa! - Terribile, dico io! - Bisogna porvi rimedio! - Già, e come? - Protestiamo! - Protestiamo? - Certo! Con uno sciopero: quest'anno non porteremo i doni a nessuno. - Hai ragione! - Davvero! Inoltre stamperemo tanti volantini che distribuiremo con i nostri mezzi di trasporto, in tutta la Terra. Scriveremo così: "Babbo Natale quest'anno sciopera, perché nessuno vuole più credere in lui". E lo fecero davvero. Quell'anno i bambini di tutto il mondo ci rimasero molto male per non aver ricevuto neanche un dono; ma alla fine piccoli e grandi capirono i loro errori e furono davvero felici di avere riscoperto Babbo Natale, con il quale si scusarono di cuore, inviando fiumi di lettere. E i Babbo Natale, commossi, l'anno successivo portarono il doppio di regali. Da allora tutto e tornato normale, anche se girano brutte voci che dicono che l'orso postino da un po' di tempo a questa parte abbia ricominciato a scrivere lettere a Babbo Natale.

(Dino Ticli)

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La Leggenda dell'Albero di Natale

Viveva un tempo, nella Foresta Nera, un uomo di nome Andrea, che fabbricava oggetti di legno intagliato: cucchiai, forchette e bambole. Lavorava molto, ma guadagnava poco per mantenere la moglie e i due figlioletti. Un anno lavorò moltissimo per tutta l’estate e per tutto l’autunno, senza riposo, finché venne l’inverno. Voleva portare tanti soldi a casa e fare due bei regali ai suoi bambini, per il Natale. Andrea partì dunque, due giorni prima di Natale, con la slitta stracarica di cucchiai, di forchette e di bambole e traversò la foresta coperta di neve. Riuscì a vendere tutto ai signori della città ed era felice perché aveva incassato cento monete d’argento e cinque monete d’oro. Comprò i regali per i suoi bimbi e riprese la via del ritorno, attraverso la Foresta Nera. Ma venne una bufera di neve e Andrea si smarrì.. Tic tic tic! Chi è? Chi mi cerca? Sono io, signor scoiattolo! Chi io? Il picchio che picchia. Ho bisogno di un consiglio. Poco lontano da qui, ho visto Andrea nella bufera. Ha perduto la strada di casa. È disperato. Bisogna aiutarlo. Come si fa? – disse lo scoiattolo. Ci vorrebbe un lume. Aspetta! Ho una idea. Va’ a chiamare tutti i tuoi fratelli, i picchi che picchiano, poi andrete insieme nella chiesa della città a prendere le candele accese. Subito il picchiò andò a chiamare i picchi suoi fratelli e tutti insieme volarono fino alla chiesa della città dove la gente aspettava la mezzanotte di Natale. Nessuno sa come la porta si aprì. I picchi raggiunsero l’altare, presero ciascuno una candela accesa uscirono uno dopo l’altro. Anche la gente, rimasta al buio, uscì dalla chiesa. Qualcuno gridò: – Guardate! I picchi con le candele accese si dirigono verso la Foresta Nera! E fu così che Andrea vide venire avanti tanti piccoli lumi. I lumi si posero sulla punta dei rami dell’abete, sotto il quale Andrea, sfinito e quasi morto, si era rifugiato. Tutta la foresta intorno si illuminò. L’uomo si alzò, si guardò intorno meravigliato e gridò con gioia: Ecco la mia casa, laggiù, fra gli alberi! Da allora tutti vollero che l’albero di Natale fosse illuminato.

(Guido Gozzano)

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La Leggenda del Panettone

Come ogni notte Ugo si calò in silenzio nel giardino e scavalcò il muro di cinta che divideva lo splendido palazzo che suo padre, Giacomo degli Atellani, aveva ricevuto in dono da Ludovico il Moro, dai cortili della Milano povera. La luna si nascondeva dietro una coltre di nubi e questo avrebbe coperto la sua corsa attraverso i cortili fino alla bottega di Toni, il panettiere, dove, come ogni notte, avrebbe incontrato la sua Adalgisa. Un amore segreto, osteggiato dalla sua famiglia, lo legava da tempo alla bella figlia del fornaio; ma da un po' le cose non andavano bene. Adalgisa era sempre stanca, il lavoro era aumentato da quando il garzone di suo padre si era ammalato; avrebbero dovuto smettere di vedersi, perché c'era tanto da lavorare al forno. Ugo non voleva rinunciare alla sua amata e il giorno successivo, con addosso umili abiti, lui, che era il falconiere di Ludovico il Moro,si fece assumere da Toni come nuovo garzone. Nonostante il giovane, ogni notte, lavorasse duro nel retro bottega per preparare il pane, gli affari del negozio continuavano a peggiorare.Con l'incoscienza tipica dei giovani,Ugo rubò una splendida coppia di falchi al Moro e li vendette per comprare del burro. La notte, mentre impastava i soliti ingredienti, aggiunse al preparato anche tutto il burro acquistato. Il giorno successivo la bottega fu letteralmente presa d'assalto.Nei giorni successivi altri due falchi vennero sacrificati per l'acquisto di altro burro e di un po' di zucchero da aggiungere all'impasto del pane.Milano ormai impazziva per il "pane speciale" del Toni e la coda fuori dalla bottega era interminabile. Sotto le feste di Natale,Ugo diede un ultimo tocco di classe alla ricetta del "pane speciale" e aggiunse uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina. Tutta Milano, in quei giorni prima di Natale, transitò dalla bottega per comprare quello che già tutti chiamavano "pangrande" o "pan del Toni" (da qui il termine panettone), da servire in tavola il giorno di Natale. Toni il fornaio divenne ricco e i genitori di Ugo non ebbero più a lamentarsi di Adalgisa. I due giovani cosi' riuscirono finalmente a sposarsi e vissero felici e contenti.

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Rudolph la renna

Ogni anno Babbo Natale si recava nel freddo Nord, alla ricerca degli animali più forti e più veloci per trasportare la sua enorme slitta. Da quelle parti viveva una famiglia di renne con cinque piccoli. Il più giovane si chiamava Rudolph ed aveva una particolarità:quando il suo piccolo cuore di renna batteva un po' più forte per l'agitazione,il suo naso diventava rosso come il sole del tramonto.Ugualmente, se era allegro o arrabbiato, il naso di Rudolph si illuminava in tutto il suo splendore.I suoi genitori ed i suoi fratelli lo amavano ugualmente, ma le altre piccole renne lo prendevano in giro. "Questo è Rudolph con il naso rosso" dicevano,e ballavano attorno a lui, additandolo con i loro piccoli zoccoli.Il povero Rudolph correva a casa e piangeva amaramente, per ore ed ore. Intanto, come ogni anno, si avvicinava la visita di Babbo Natale. In tutte le famiglie di renne i giovani si facevano belli. Le loro pellicce venivano a lungo strigliate e spazzolate fino a che non rilucevano del colore del rame, le corna venivano pulite con la neve finchè non risplendevano alla fioca luce degli inverni del nord.Finalmente arrivò il gran giorno. In un piazzale gigantesco, dozzine di renne, impazienti e nervose, raspavano con i loro zoccoli ed emettavano richiami belli ed allo stesso tempo terrificanti per impressionare i concorrenti. Tra di loro c'era anche Rudolph. Puntualmente Babbo Natale atterrò con la sua slitta trainata solo da Donner, il suo fedele caporenna. Babbo Natale si mise subito al lavoro ed esaminò ogni animale,borbottando di continuo sotto la sua lunga barba bianca. Quando arrivò il turno di Rudolph, il suo naso diventò incandescente per l'agitazione. Babbo Natale sorrise bonariamente e scosse la testa. "Sei grande e robusto" ,disse"ma purtroppo non posso sceglierti... I bambini potrebbero spaventarsi vedendo il tuo naso".La tristezza ed il dolore di Rudolph non avevano limiti. Più veloce che poteva,corse via, fino a sparire nel bosco. Venne di nuovo Natale.Il tempo, intanto, andava semnpre più peggiorando. Quando la Fata del Tempo consegnò a Babbo Natale il bollettino meteorologico,questi alzò lo sguardo preoccupato al cielo e sospirò:"Come potrò trovare la strada per arrivare alle case dei bambini?". Quella notte non riuscì a dormire.Cosi' indossò il mantello, gli stivali ed il cappello, attaccò Donner alla slitta ed usci'.Intanto cominciò a nevicare cosi' fittamente che Babbo Natale riusciva a malapena a vedere.Ad un tratto si accorse di una luce rossa che illuminava intensamente una parte del bosco sottostante. Babbo Natale scese per vedere di cosa si trattasse.Riconobbe il giovane Rudolph ed ebbe un'idea!“Salve” - disse -Che cosa ne pensi di correre davanti alla mia slitta e di mostrarmi così la strada per raggiungere i bambini?".Naturalmente la renna accettò entusiasta!E cosi Rudolph divenne il caposlitta di babbo Natale ed il giorno successivo venne festeggiato da tutte le renne come un eroe.

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Lo Gnomo e il Boscaiolo

Un altro Natale si avvicinava. Un povero taglialegna aveva deciso di regalare un bell'abete al suo bimbo,come albero di Natale. Cosi'una notte, mentre il figlio dormiva, si addentrò in un bosco pieno di alberi di ogni tipo. Mentre picchiava sodo sulla dura corteccia di un grosso pino, la scure gli scivolò via dalle mani infreddolite e cadde nel fiume vicino. Non sapendo nuotare e temendo di aver perduto la sua unica fonte di guadagno, si mise a piangere, seduto sulla sponda.Uno gnomo,di guardia nel bosco,lo stava spiando in silenzio e, saputa la ragione del suo pianto, si impietosì; fece un tuffo nel fiume e portò su un'accetta d’oro, chiedendo al taglialegna se era quella che aveva perduto. L’uomo rispose di no, e lo gnomo, tuffatosi di nuovo, ne portò sù una d’argento; e poiché l’uomo dichiarava che non era nemmeno quella, si tuffò una terza volta e gli portò fuori la sua. Allora il taglialegna disse che si trattava veramente di quella che aveva perduta, e lo gnomo, soddisfatto della sua onestà, gliele regalò tutte e tre. Il boscaiolo un giorno raccontò l’accaduto agli amici, e uno di essi pensò di poterne ricavare un profitto. Andò cosi' al fiume, gettò a bella posta la sua accetta nell’acqua e poi si sedette lì,facendo finta di piangere. Anche a lui comparve lo gnomo e, informatosi del motivo del suo pianto, si tuffò e portò sù a lui pure un’accetta d’oro, chiedendogli se era quella che aveva perduta. "Ma sì, certo che è quella!", rispose l’altro, esultante. Lo gnomo, indignato da tanta sfacciataggine, non solo si tenne l’accetta d’oro, ma non gli riportò nemmeno la sua.

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Il vecchio ed il bambino

Si avvicinava di nuovo il Natale. Un vecchio gnomo stava seduto sulla solita vecchia sedia, davanti alla solita vecchia piazza di un vecchio villaggio,nel bosco. Uno gnomo bambino si avvicina chiedendo: "Vecchio, quanti Natali hai visto?" "Ho visto tanti Natali",rispose il vecchio ,senza neanche guardare il piccolo. "E quante cose hai fatto?",riprese il piccolo gnomo. "Ne ho fatte tante",disse l'altro. Anche questa volta il vecchio non volse lo sguardo al piccolo gnomo. "Dimmene qualcuna"domandò ancora il bimbo. "D'accordo",sbuffò il vecchio."Quando ero giovane come te ho giocato, ho pescato, ho baciato la mia prima donna, poi mi sono sposato, ho iniziato a lavorare, ho fatto dodici figli che hanno fatto altri figli, ho smesso di lavorare e ho cominciato a guardare la piazza". Al vecchio gnomo brillavano gli occhi(ora guardava il bambino). "E tu?", disse, "quante cose hai fatto?" Il piccolo gnomo, inorgoglito da tale domanda, rispose:"Nessuna, ma ho intenzione di giocare, pescare, studiare, baciare la mia prima donna, sposarmi, iniziare a lavorare, fare dodici figli che faranno altri figli, smettere di lavorare e sedermi lì dove sei seduto adesso,a guardare la piazza, così potrò rispondere al piccolo gnomo di domani!"

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La favola dell'Agrifoglio

Il pastorello si sveglia all'improvviso. In cielo v'è una luce nuova: una luce mai vista a quell'ora. Il giovane pastore si spaventa, lascia l'ovile, attraversa il bosco: è nel campo aperto, sotto una bellissima volta celeste. Dall'alto giunge il canto soave degli Angeli. - Tanta pace non può venire che di lassù - pensa il pastorello, e sorride tranquillizzato. Le pecorine, a sua insaputa, l'hanno seguito e lo guardano stupite. Ecco sopraggiungere molta gente e tutti, a passi affrettati, si dirigono verso una grotta. - Dove andate? - chiede il pastorello. - Non lo sai? - risponde, per tutti, una giovane donna. - È nato il figlio di Dio: è sceso quaggiù per aprirci le porte del Paradiso. Il pastorello si unisce alla comitiva: anch'egli vuole vedere il Figlio di Dio. A un tratto, si sente turbato: tutti recano un dono, soltanto lui non ha nulla da portare a Gesù. Triste e sconvolto, ritorna alle sue pecore. Non ha nulla; nemmeno un fiore; che cosa si può donare quando si così poveri? Il ragazzo non sa che il dono più gradito a Gesù è il suo piccolo cuore buono. Ahi! Tanti spini gli pungono i piedi nudi. Allora il pastorello si ferma, guarda in terra ed esclama meravigliato: - Oh, un arbusto ancor verde! È una pianta di agrifoglio, dalle foglie lucide e spinose. Il coro di Angeli sembra avvicinarsi alla terra; c'è tanta festa attorno. Come si può resistere al desiderio di correre dal Santo Bambino anche se non si ha nulla da offrire? Ebbene, il pastorello andrà alla divina capanna; un ramo d'agrifoglio sarà il suo omaggio. Eccolo alla grotta. Si avvicina felice e confuso al bambino sorridente che sembra aspettarlo. Ma che cosa avviene? Le gocce di sangue delle sue mani, ferite dalle spine, si trasformano in rosse palline, che si posano sui verdi rami dell'arbusto che egli ha colto per Gesù. Al ritorno, un'altra sorpresa attende il pastorello: nel bosco, tra le lucenti foglie dell'agrifoglio, è tutto un rosseggiare di bacche vermiglie. Da quella notte di mistero, l'agrifoglio viene offerto, in segno di augurio, alle persone care.

(G. Marzetti Noventa)

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Il pettirosso

Nella stalla dove stavano dormendo Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù, il fuoco si stava spegnendo. Presto ci furono soltanto alcune braci e alcuni tizzoni ormai spenti. Maria e Giuseppe sentivano freddo, ma erano così stanchi che si limitavano ad agitarsi inquieti nel sonno. Nella stalla c'era un altro ospite: un uccellino marrone; era entrato nella stalla quando la fiamma era ancora viva; aveva visto il piccolo Gesù e i suoi genitori, ed era rimasto tanto contento che non si sarebbe allontanato da lì neppure per tutto l'oro del mondo. Quando anche le ultime braci stavano per spegnersi, pensò al freddo che avrebbe patito il bambino messo a dormire sulla paglia della mangiatoia. Spiccò il volo e si posò su un coccio accanto all'ultima brace. Cominciò a battere le ali facendo aria sui tizzoni perché riprendessero ad ardere. Il piccolo petto bruno dell'uccellino diventò rosso per il calore che proveniva dal fuoco, ma il pettirosso non abbandonò il suo posto. Scintille roventi volarono via dalla brace e gli bruciarono le piume del petto ma egli continuò a battere le ali finché alla fine tutti i tizzoni arsero in una bella fiammata. Il piccolo cuore del pettirosso si gonfiò di orgoglio e di felicità quando il bambino Gesù sorrise sentendosi avvolto dal calore. Da allora il petto del pettirosso è rimasto rosso, come segno della sua devozione al bambino di Betlemme.

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La leggenda del vischio

C'era una volta, in un paese tra i monti, un vecchio mercante. L'uomo viveva solo, non si era mai sposato e non aveva piu' nessun amico. Per tutta la vita era stato avido e avaro, aveva sempre anteposto il guadagno all'amicizia e ai rapporti umani. L'andamentodei suoi affari era l'unica cosa che gli importava. Di notte dormiva pochissimo, spesso si alzava e andava a contare il denaro che teneva in casa, nascosto in una cassapanca. Per avere sempre piu' soldi, a volte si comportava in modo disonesto e approfittava della ingenuita' di alcune persone. Ma tanto a lui non importava, perche'non andava mai oltre le apparenze. Non voleva conoscere quelli con i quali faceva affari. Non gli interessavano le loro storie e i loro problemi. E per questo motivo nessuno gli voleva bene. Una notte di dicembre, ormai vicino a Natale, il vecchio mercante non riusciva a dormire e dopo aver fatto i conti dei guadagni, decise di uscire a fare una passeggiata. Comincio' a sentire delle voci e delle risate, urla gioiose di bambini e canti. Penso' che di notte era strano sentire tanto chiasso in paese. Si incuriosi' perche' non aveva ancora incontrato nessuno, nonostante voci e rumori sembrassero molto vicini. A un certo punto comincio' a sentire qualcuno che pronunciava il suo nome, chiedeva aiuto e lo chiamava fratello. L'uomo non aveva fratelli o sorelle e si stupi'. Per tutta la notte, ascolto' le voci che raccontavano storie tristi e allegre, vicende familiari e d'amore. Venne a sapere che alcuni vicini erano molto poveri e che sfamavano a fatica i figli; che altre persone soffrivano la solitudine oppure che non avevano mai dimenticato un amore di gioventu'. Pentito per non aver mai capito che cosa si nascondeva dietro alle persone che vedeva tutti i giorni, l'uomo comincio' a piangere. Pianse cosi' tanto che le sue lacrime si sparsero sul cespuglio al quale si era appoggiato. E le lacrime non sparirono al mattino, ma continuarono a splendere come perle. Era nato il vischio.

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La Vigilia di Natale

C 'era una volta, alle porte di una città perduta fra sogni di angeli bambini, in un luogo lontano, inaccessibile agli esseri umani, un vecchio albero che si ergeva in una radura di candidi pensieri... immerso nelle foschie di un mattino d'inverno. In quel tempo, ricordo, che Dicembre iniziava a stendere il tappeto rosso ai primi giorni di vigilia sui sentieri d'anima di quelle creature che, in fondo al loro cuore, credevano davvero agli gnomi, alle fate e alle piccole magie. Il vecchio albero se ne stava là, tutto infreddolito, con i suoi rami nudi,a guardare il cielo, carico di neve, che di lì a poco avrebbe preso a scendere leggera sulle sue braccia stanche.eppure una gemma colorata, nulla che gli portasse un po' di quella Festa del Natale. Cominciò allora a singhiozzare col vento che gli passava accanto e quel triste lamento, appena sussurrato, giunse lontano, quasi all'orizzonte della realtà e si posò sul cuore di due bambini addormentati. Fu così che dal sonno di quei due piccoli cuccioli nacque un sogno meraviglioso... che volò, volò fino a lui. Nello stesso istante, l'albero sentì posarsi sui rami più alti due uccellini e smise di singhiozzare... il loro zampettare sulle sue lunghe braccia gli faceva un po' di solletico e accennò loro un sorriso. Era così tanto tempo che se ne stava lì solo, fu così che si fece coraggio e domandò loro:"Cosa succede per le vie del mondo ? Voi che potete volare fin là, ditemi se ci sono già le luci colorate sugli alberi e se i bambini sono felici... Cancellate, se potete, questa mia lunga solitudine... ". I due uccellini cominciarono a cinguettare, ma l'albero non riusciva a capire nulla... cercò di prestare più attenzione, ma invano... quei trilli restavano per lui soltanto una melodia meravigliosa e incomprensibile. "Fra qualche giorno sarà Natale... " continuò allora sospirando "Come vorrei essere anch'io pieno di luci... coperto dei sorrisi dei bambini, sentire quel calore dentro, quella gioia che ho dimenticato... avere un giorno da rincorrere per sempre..." Gli uccellini smisero di cinguettare e sembrarono sorridergli... fu solo allora che, nel silenzio, il vecchio albero riuscì a capire... a sentire qualcosa che gli arrivò in fondo al cuore, che lo commosse profondamente, tanto che gli sfuggì una lacrima dai mille riflessi dell'amore. C'era poco tempo... perché i due bimbi, nei loro lettini, si sarebbero svegliati... e, allora, i loro sogni alati, fatti di piume soffici e pieni di quell'incanto che solo i cuori più puri possono abbracciare... sarebbero di nuovo volati via dalle sue braccia... e lui sarebbe restato ancora i compagnia della sua malinconica solitudine. Fu allora che accadde una cosa davvero insolita, qualcosa di magico... Da lontano, il vecchio albero vide arrivare una strana creatura, avvolta di un manto rosa e azzurro, come d'aurora... I suoi passi erano lenti... quasi si librasse nell'aria... come a non voler sfiorare la terra, addormentata sotto la grigia coperta dell'inverno. Chiunque fosse quella Signora, l'albero capì che stava dirigendosi verso di lui, perché la radura dove tanti e tanti anni prima aveva piantato le sue radici era assai lontana da ogni sentiero e, ormai, solo raramente, qualcuno arrivava più fin là... Quando la Signora gli fu accanto, il vecchio albero, aiutato da un soffio di vento, cercò di farle un inchino, ma la sua scorza antica gli permise appena di piegare le dita... i suoi rami più alti... Fu allora che lei lo guardò e sorrise. "Chi sei" mormorò con voce di vento l'albero. "Sono la Vigilia... la Vigilia del Tempo... " e, dicendo quelle parole, aprì le mani e da esse ne uscì una luce così intensa, che per un istante ogni cosa attorno sembrò sparire, offuscata da quell'intenso bagliore. "Io vado per il mondo a regalare la luce, il sentimento che hai provato... è il mio dono, che riempie di magia ogni attesa... Regalo me stessa, la Vigilia del Tempo alle creature... rendo eterna la loro gioia... - il loro attendere l'attesa... - ". L'albero non disse nulla... ma la Signora avvertì lo stesso la sua immensa solitudine... scrollò il capo, gli sorrise e continuò: "Con me, questa volta, ho portato per te qualcosa di più... ma è il cuore ed il sogno di quegli eterni bambini che devi ringraziare... ora quegli uccellini voleranno di nuovo verso il loro risveglio, ma questa notte... aspettali ancora ! Torneranno... ed anch'io ci sarò... ". Riuscì appena a capire quelle ultime parole, che sentì un frullio d'ali allontanarsi... e le sue braccia tornare spoglie... Il vecchio albero non poteva immaginare cosa sarebbe accaduto, ma un profondo senso di dolcezza e di gioia lo attraversò dalle radici ai rami più alti, fino a sfuggire verso il cielo. Anche la Signora era svanita nel nulla e il giorno cominciò a correre veloce, come le nubi sopra di lui, volando sopra la sua chioma spoglia. Quell'attesa fu dolce, rapida come il volo del falco... fu quasi un sorriso... poi, la sera giunse silenziosa, discreta... quasi in punta di piedi. Il cielo era limpido e l'aria fredda e pungente... l'albero guardò le mille stelle occhieggiare verso l'infinito. Poi, d'improvviso, udì un battere d'ali farsi sempre più vicino, finché sentì di nuovo posarsi sulle sue braccia i due uccellini. Da un raggio di Luna scese la Signora della Vigilia del Tempo... e si fermò ai piedi del vecchio albero... I due uccellini, ad un cenno di quella dolce creatura, presero a tuffarsi nel cielo e a riportare, ad ogni volo, un frammento di stella, per posarlo ora qua ora là sui rami dell'albero. In poco tempo... quel vecchio tronco divenne l'albero più bello che la Vigilia avesse mai visto... e, quando con un sorriso stava per ringraziare di quel dono meraviglioso... la Signora del Tempo lo fermò e gli disse: "No, non ringraziare me... Questo dono è opera di quei due bimbi, che nei loro sogni, hanno voluto regalarti una vigilia di Natale tutta loro... Ora, io aggiungerò il mio regalo... " e nel pronunciare quelle parole, aprì di nuovo le mani e quella luce che aveva già visto all'alba, uscì di nuovo ed entrò nel tronco, come un alito... linfa d'amore. "Io... " disse la Signora "...aggiungerò a questa vigilia del Natale... anche la Vigilia dell'Eternità... Da oggi, ogni notte, ogni istante, sarà vigilia... un'eterna vigilia... sarà l'attesa più dolce dei tutti i tuoi desideri. E la tua vita non conoscerà più buio né malinconia. Tutto l'amore che hai sempre regalato al Tempo, oggi il Tempo te lo renderà... " Nella radura, accanto al vecchio tronco, quella notte... dai petali di un bucaneve scesero stille dai mille colori. Non seppi mai se fu rugiada o se fu pianto... e, da allora, ogni notte... quegli uccellini tornano ad accendere quel cuore con mille luci rubate in cielo... e quell'albero è ancora là... ad aspettare felice, un giorno che non verrà... perché di eterna vigilia è diventata la sua vita.

(Andrea Antognini)

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Le Campane di Natale

C'era una volta, in una grande città, una chiesa davvero splendida. Dall'ingresso principale si riusciva a malapena a scorgere un altare di pietra che si trovava all'altro capo. Di fianco alla chiesa si levava un campanile, simile a una torre, così alto nel cielo che la punta si distingueva soltanto quando il tempo era molto limpido. Lassù nella torre vi erano delle campane che si diceva fossero le più belle e le più sonore del mondo, ma nessun essere vivente le aveva mai sentite! Erano le campane speciali di Natale: potevano far udire i loro rintocchi solo la notte di Natale e, per di più, soltanto quando fosse stato deposto sull'altare il più grande e il più bel dono al Bambino Gesù. Purtroppo, da molti anni non si era avuta un'offerta così splendida da meritare il suono delle grandi campane. Tuttavia, ogni vigilia di Natale, la gente si affollava davanti all'altare portando doni, cercando di superarsi gli uni con gli altri, gareggiando nell'escogitare offerte sempre più straordinarie. Nonostante la chiesa fosse affollata e la funzione splendida, lassù nella torre di pietra si udiva soltanto fischiare il vento. In un villaggio abbastanza lontano dalla città viveva un ragazzo di nome Pedro, insieme al suo fratellino. Essi avevano sentito parlare delle famose offerte della vigilia di Natale, e per tutto l'anno avevano fatto progetti per assistere alla grande e sfarzosa cerimonia, e per la Messa di mezzanotte. Il mattino precedente il giorno di Natale, all'alba, mentre cadevano i primi fiocchi di neve, Pedro e il fratellino si misero in cammino. Al calar delta notte, avevano già quasi raggiunto la porta della città quando, per terra davanti a loro, scorsero una povera donna che era caduta nella neve, troppo stanca e malata per cercare rifugio da qualche parte. Pedro si inginocchiò cercando di alzarla, ma non vi riuscì. "Non ce la faccio, fratellino" disse Pedro. "È troppo pesante. Devi proseguire da solo". "Io? Da solo?" esclamò il fratellino. "Ma allora tu non ci sarai alla funzione di Natale". "Non posso fare altrimenti" disse Pedro. "Guarda questa povera donna. Il suo viso è simile a quello della Madonna nella finestra della cappella. Morirà di freddo se l'abbandoniamo. Sono andati tutti in chiesa, ma io starò qui e mi prenderò cura di lei fino alla fine della Messa. Allora tu potrai condurre qui qualcuno che l'aiuti. Ah, fratellino, prendi questa monetina d'argento e deponila sull'altare: è la mia offerta per il Bambino Gesù. Su, ora, corri!". E mentre il bambino si avviava verso la chiesa, Pedro sbatté gli occhi per trattenere le lacrime di delusione che gli rigavano le guance. Poi passò un braccio dietro al capo della povera donna che si lamentava debolmente e cercò di sorriderle. "Coraggio, signora", le disse, "tra poco arriverà qualcuno". Nella grande chiesa, la funzione di quella vigilia di Natale fu più splendida che mai! L'organo suonò e i fedeli cantarono e, alla fine della funzione, poveri e ricchi avanzarono orgogliosamente verso 1'altare per offrire i loro doni. A poco a poco, sull'altare, si accumularono oggetti splendidi d'oro, d'argento e d'avorio intarsiato; dolci elaborati nei modi più impensati; stoffe dipinte e broccati. Ultimo, in un gran fruscio di seta e tintinnar di spade, il re del paese percorse la navata. Portava in mano la corona regale, tempestata di pietre preziose che mandavano barbagli di luce tutt'intorno. Un fremito di eccitazione scosse la folla. "Senza dubbio questa volta si sentiranno suonare le campane a festa!" mormoravano tutti. Il re depose sull'altare la splendida corona. La chiesa piombò in un silenzio profondo. Tutti trattennero il respiro, con le orecchie tese per ascoltare il suono delle campane. Ma soltanto il solito freddo vento sibilò sul campanile. I fedeli scossero la testa increduli. Qualcuno cominciò a dubitare che quelle strane campane avessero mai suonato. "Forse si sono bloccate per sempre!" sosteneva qualche altro. La processione era terminata e il coro stava per iniziare l'inno di chiusura, quando all'improvviso l'organista smise di suonare paralizzato. Perché d'un tratto dalla cima della torre si era levato il dolce suono delle campane. Un suono ora alto ora basso, che fluttuava nell'aria riempiendola di festosa sonorità. Era il suono più angelico e piacevole che mai si fosse udito. La folla restò un attimo eccitata e silenziosa. Poi, tutti insieme, si alzarono volgendo gli occhi all'altare per vedere quale meraviglioso dono aveva finalmente risvegliato le campane dal loro lungo silenzio. Ma non videro altro che la figura di Fratellino che silenziosamente era scivolato lungo la navata per deporre sull'altare la monetina d'argento di Pedro.

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Il flauto magico

La notte in cui nacque Gesù, gli angeli scesero dal cielo, e cantarono, danzando girotondi a grappoli intorno alla grotta di Betlemme. La melodia del canto era la più pura e toccante che mai si fosse sentita sulla terra, ma non molti la notarono. Gli abitanti dei dintorni percepirono solo un leggero brusio, si voltarono dall'altra parte e continuarono a dormire. Bisogna avere un cuore speciale per sentire il canto degli angeli. Ma in fondo ad un canalone, sulle rive di uno stagno, una giovane canna l'ascoltò. Cominciò a vibrare al ritmo della melodia, ondeggiando flessuosa con tutte le sue fibre. "Piantala!" brontolò una vecchia canna, "Mi fai venire il mal di testa!". "Lasciaci dormire", fecero eco le altre canne. Anche fra le canne, non tutte riescono a sentire le musiche degli angeli. Ma la giovane canna continuò ad assorbire quell'armonia dolcissima che scendeva dal cielo e ripeteva, danzando leggera nell'aria:"Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama". Passò del tempo. La giovane canna divenne robusta e nodosa, ma ogni volta che il vento soffiava, vibrava ripetendo la lontana melodia degli angeli. Un giorno un giovane pastore portò le sue pecore ad abbeverarsi allo stagno. Mentre le pecore si accalcavano per raggiungere l'acqua, il pastore si guardava intorno. Il suo sguardo fu attirato dalla canna. Da tempo voleva fabbricarsi un nuovo flauto, perché quello vecchio era scheggiato e il canto non era più sonoro e nitido. Impugnò il coltello e tagliò la canna, la studiò un momento e cominciò ad intagliarla. Quando lo appoggiò alle labbra e cominciò a soffiare, il suono che uscì dal flauto sorprese il pastore. Era un suono limpido e leggero, sembrava andare diritto al cuore di chi l'ascoltava. Quella sera accanto al fuoco, il pastore trasse il flauto dalla bisaccia e cominciò a suonare. Di colpo tutti tacquero e sembrò per un attimo che anche il fuoco cessasse di crepitare, per ascoltare quel suono, quella purissima melodia. Anche il pastore era sbalordito, gli pareva, a tratti, di non essere lui a suonare. Era come se il flauto andasse per conto suo e che quella melodia angelica fosse dentro le sue fibre di legno. Un vecchio pastore chiuse gli occhi e mormorò:"Mi pare di averla già sentita, una notte, tanto tempo fa, dalle parti di Betlemme...".Ma il flauto serbava un segreto ancora più sorprendente. Un giorno tra due gruppi di pastori scoppiò una lite furibonda per ragioni di precedenza in alcuni pascoli. Volarono le prime bastonate e qualche mano corse al coltello. Colpito da una improvvisa ispirazione il giovane pastore portò alle labbra il flauto e cominciò a suonare. Il suono era apparentemente debole, ma i litiganti si fermarono, le mani strette a pugno si aprirono e ai pastori venne una gran voglia di fare la pace e darsi una mano perché la vita è già abbastanza difficile. Da quel giorno, ogni volta che scoppiava un litigio, i presenti chiamavano il pastore e gli dicevano:" Suona il flauto" e al suono del flauto le tensioni si placavano, le voci irose si addolcivano e le collere si spegnevano. I cuori di ghiaccio si scioglievano e i sorrisi rifiorivano. Ma quale fu il destino dello splendido strumento che racchiudeva il canto degli angeli? Quando si sentì vecchio, il pastore affidò il flauto al figlio. Questi divenne celebre con il nome di "pacificatore".Quando pacificatore morì, il flauto passò al figlio, che a sua volta lo lasciò al figlio e così via per secoli, finché un crociato lo comprò come ricordo di Terrasanta e lo portò in Europa. Ma nessuno si ricordava più dello straordinario potere del flauto. Passò di baule in baule, di eredità in eredità, finché... "Nonno, di chi è questo vecchio flauto?"domandò Albi, nove anni mentre rovistava negli scatoloni della soffitta."L'aveva comprato il bisnonno ad un asta di cimeli, probabilmente è molto antico", rispose il nonno."Lo posso tenere?". "Certo"."Magari è magico...", concluse Albi e cominciò a lucidarlo con il fazzoletto. Lo portò alle labbra, il suono era dolce e limpido. Il mattino dopo, Albi portò il suo nuovo flauto a scuola. Non faceva bella figura, era nero e opaco. La maestra era in ritardo e la classe in subbuglio. Riccardo e Mario si erano messi a litigare furiosamente e si stavano picchiando, rovesciando libri e banchi. Albi si rifugiò in un angolo e provò il flauto. Un'armonia soave e leggera avvolse i bambini. Riccardo e Mario si fermarono come per incanto. "Scusami", disse Riccardo, "Facciamo la pace", rispose Mario. Tutti guardarono Albi, "Come suoni bene!", esclamò Mirella, "Io veramente ci ho solo soffiato dentro..." mormorò Albi, arrossendo. "Lo sapevo che era magico", pensò, felice della scoperta. Ma più felice era il cuore della giovane canna che aveva conservato per secoli il canto degli angeli, senza perderne neppure una nota.

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Giuseppe e il Pastore

Quella notte d'inverno, fredda e rigida, Giuseppe cercava disperatamente qualcosa che potesse riscaldare sua moglie e il figlio appena nato. Era andato di casa in casa, aveva bussato a tutte le porte, ma nessuno gli aveva dato un po' di carbone o una fascina di legna. Camminò fino ad essere esausto. Quando oramai credeva inutile ogni ricerca scorse in un campo un bagliore di fuoco. Corse verso di esso. Un gregge di pecore si riscaldava intorno alla fiamma mentre un vecchio pastore lo sorvegliava. Quando il pastore, che era un vecchio scorbutico, vide avvicinarsi il forestiero afferrò il lungo bastone ferrato e glielo scagliò contro. Giuseppe non fece una mossa per scansarlo, ma prima che lo raggiungesse il bastone deviò la traiettoria e cadde a terra innocuo. Giuseppe si avvicinò al pastore e disse gentilmente: «Ho bisogno di aiuto: per favore posso prendere alcuni carboni ardenti? Mia moglie ha appena messo al mondo un bambino e devo accendere un fuoco per riscaldarli». Il pastore avrebbe preferito rifiutare, ma vedendo che Giuseppe non aveva niente per trasportare le braci volle prendersi gioco di lui: "Prendine quanti ne vuoi," disse. Giuseppe, senza scomporsi, raccolse le braci a mani nude e le mise nel suo mantello come se fossero nocciole o mele. Il pastore disse meravigliato: «Che notte è mai questa?». Pieno di curiosità seguì Giuseppe e giunse così alla stalla dove c'erano Maria e il bambino adagiato sulla fredda paglia. Il suo cuore si intenerì. Per la prima volta provò il grande desiderio di offrire qualche cosa. Tirò fuori dallo zaino una morbida pelle di pecora e la offrì a Giuseppe perché vi avvolgesse il bambino. In quel momento i suoi occhi si aprirono e vide gli angeli e la gloria di Dio che circondava la mangiatoia dove il bambino sorrideva contento. Il pastore si inginocchiò tutto felice perché aveva capito che in quella notte il suo cuore si era aperto all'amore.

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La piccola Fiammiferaia

Faceva molto freddo, nevicava e calava la sera – l’ultima sera dell’anno, per l’appunto, la sera di San Silvestro. Nel freddo e l'oscurità, una povera bimbetta girava per le strade, a capo scoperto, a piedi nudi. Veramente, quand’era uscita di casa, aveva certe babbucce; ma a che le erano servite? Erano molto grandi, prima erano appartenute a sua madre, e così larghe e sgangherate, che la bimba le aveva perdute, traversando in fretta la via, per scansare due carrozze, che s’incrociavano con tanta furia… Una non s’era più trovata, e l’altra se l’era presa un monello, dicendo che ne avrebbe fatto una culla per il suo primo figliuolo. E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiule una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata non era riuscita a venderne nemmeno uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo, e un visetto patito e sgomento, povera creaturina…. I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero ai riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odirino d’arrosto; era la vigilia del capo d’anno : a questo ella pensava. Nell’angolo formato da due case, di cui una sporgeva innanzi sulla strada, sedette, abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambe. Il freddo la prendeva sempre più ma la bimba non osava ritornare a casa: riportava tutti i fiammiferi e nemmeno un soldino. Il babbo l’avrebbe certo picchiata; e del resto, forse, non faceva freddo anche a casa ? Abitavano proprio sotto il tetto, ed il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e stracci. Le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Se si arrischiasse a cavarne uno dallo scatolino, ed a strofinarlo sul muro per riscaldarsi le dita… Ne cavò uno, e trracc ! Come scoppiettò, come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando ella la parò con la manina. Che strana luce! Pareva alla piccina d’essere seduta dinanzi ad una grande stufa di ferrro, con le borchie e il coperchio di ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscaldava così bene!… La piccina allungava giù le gambe, per riscaldare anche quelle… ma la fiamma si spense, la stufa scomparve , ed ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani. Ne accese un altro: anche questo bruciò, rischiarò, e il muro, nel punto in cui batteva la luce, divenne trasparente come un velo. La bimba vide proprio dentro nella stanza, dove la tavola era apparecchiata con una bella tovaglia, d’una bianchezza abbagliante e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola, l’oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l’oca stessa balzò fuori dal piatto, e , col trinciante ed il forchettone oiantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera bambina… Ma il fiammifero si spense, e non vide più che il muro opaco e freddo. La piccolina accese un terzo fiammifero. E si trovò sotto ad un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto, attaverso i vetri dell’uscio, nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillavano tra i verdi rami, e certe figure colorate, come quelle che si vedono esposte nelle vetrine dei negozi, guardavano la piccina. Ella tese le mani… e il fiammifero si spense. I lumicini di Natale volarono su in alto, sempre più in alto: ed ella si avvide allora ch’erano stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo del cielo. - Qualcuno muore! – disse la piccola, perché la sua vecchia nonna (l’unica persona al mondo che l’avesse trattata amorevolmente – ma che purtroppo era morta), la sua vecchia nonna le aveva detto: - Quando una stella cade, un’anima sale in paradiso. Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore tutto intorno ed in quel chiarore la vecchia nonna apparve, tutta raggiante, e mite, e buona… - Oh, nonna! – gridò la piccolina: - Prendimi con te! So che tu sparisci, appena la fiammella si spegne, come sono spariti la bella stufa calda, l’arrosto fumante, ed il grande albero di Natale! – Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere la nonna. I fiammiferi diedero tanta luce che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: la nonna non era mai stata così bella, così grande… Ella prese la bambina tra le sue braccia, ed insieme volarono su, verso lo Splendore e la Gioia, su, in alto, dove non c’è più fame, nè freddo, né angustia, - e giunsero presso Dio. Ma nell’angolo tra le due case, allo spuntare della fredda alba, fu veduta la piccina, con le gotine rosse ed il sorriso sulle labbra, morta assiderata nell’ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell’anno nuovo passò sopra il piccolo corpo, disteso là, con le scatole dei fiammiferi, di cui una era quasi tutta bruciata. Ha cercato di scaldarsi… - dissero. Ma nessuno seppe tutte le belle cose che la bimba aveva visto; nessuno seppe tra quanta luce era entrata, con la vecchia nonna, nella gioia dell'alba del Nuovo Anno.

(Hans Christian Andersen)

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